Wondy e la resilienza.

L’11 dicembre di un anno fa ci lasciava Francesca del Rosso,meglio conosciuta come “Wondy”.

Francesca era una  scrittrice, giornalista e combattente, e autrice del blog «chemioavventurediwondy».

Per chi come me la leggeva , era una tipa inarrestabile, buffa, simpatica e traspariva dal  suo carisma, una fonte di ottimismo usato quotidianamente come un’arma per combattere quel mostro che l’ha portata via.

Ma era anche, e soprattutto, una mamma e una moglie. Una delle tante, tantissime e purtoppo troppe, donne che devono fare i conti con qualcosa di molto più grande di loro.

La morte è terribile sempre per chi resta, ma a volte, come nel caso di Wondy, lascia una eredità nobile, che non tratta il denaro ma le idee, il talento, la forza di sentirsi vivi sempre e malgrado tutto.

La vita è andata avanti, ma il ricordo di Wondy non si è spento.

Alessandro Milan, suo marito, ha istituito il «Premio Wondy di letteratura resiliente» (il cui Presidente di Giuria è Roberto Saviano) e un’associazione, «Wondy sono io» che promuove la capacità di trasformare le difficoltà in opportunità.

A un anno di distanza, Alessandro invia questa lettera alla moglie Francesca, e Vanity Fair l’ha pubblicata. Perchè anche il pensiero verso chi si è amato tanto è resiliente, e non muore mai.

Cara Franci,
Niente, è finita, inutile mentire oltre. Angelica e Mattia si sono fatti grandicelli. È toccato a Angie farsi avanti: «Papà, tanto lo sappiamo che Babbo Natale sei tu». Ci hanno beccati.
Così quest’anno la loro lista dei desideri si è fatta più aggressiva: «un Ipad tutto per me per chattare, un computer, un telefono».

«No no no» ho fatto con il ditino, e nell’oppormi ero così orgoglioso pensando a te: so che apprezzerai questa mia fermezza. «Magari un gioco al Nintendo, poi se volete libri, ve ne compro a volontà».

Sono passate quattro stagioni, il gelo è alle spalle, per la verità anche il tepore è lontano. Ci manchi. Mi manchi. Manchi a tanti di noi.

Però stiamo bene: io talvolta faccio i pancake, Angelica le torte, Mattia la piadina. Litighiamo, ci abbracciamo, sbuffiamo, ci facciamo il solletico.

Viviamo.

Dieci giorni fa Angelica ha finito di leggere”Mia figlia è una iena”. Sai i timori che avevi? Che magari si sarebbe arrabbiata per il titolo e per come l’hai descritta? Beh, l’ho sbirciata mentre leggeva: rideva, ma talmente tanto che le spalle si alzavano e abbassavano in sussulti.

Mattia invece mi ha chiesto di iniziare “La vita è un cactus”. Così, ogni tanto, li metto a nanna, gliene leggo un paio di pagine, come se fosse una favola. Sì, ecco, magari quando si parla di sesso svicolo, concedimi questa piccola deroga.

I libri. I tuoi sono tutti lì, come volevi.

D’altronde un libro è stato l’ultimo regalo che mi hai fatto, il giorno del mio compleanno. “Il ricatto” di John Grisham, quello passava la libreria dell’ospedale. È sul mio comodino, per poterlo sfiorare o annusare se serve.

Ogni tanto vorrei vederti, almeno in sogno, ma non mi è ancora capitato. Dicono sia normale, ma a me spiace tantissimo questa rimozione. Sono successe tante cose, in un anno, e ne accadranno ancora diverse. Abbiamo fatto un viaggio, alle Maldive, presto ne faremo un altro.

Mi applico, vedi?

Quando giro per l’Italia percepisco, nei volti e negli occhi di tante donne e tanti uomini che incontro, il profumo che hai lasciato. Mi stringono la mano, mi dicono «grazie», ma io non ho fatto nulla. Ringraziano te.

In quei momenti, capisco quanto hai seminato, e quanto hai lasciato: di pienezza negli altri, di vuoto in me.

Non avrei pensato di farcela. Invece Angelica ha finito le elementari e ha iniziato una nuova avventura, Mattia continua a giocare a basket. Crescono, tra speranze, sogni e disavventure.
Io, il più delle volte, sorrido. E non spreco più un solo secondo di tempo.

Sto imparando tantissimo.

È dura, ma ora so come si fa. Perché continui a vivermi dentro.

Tuo, Ale.

 

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